lunedì 28 marzo 2011

NE' IL PARLAMENTO NE' I TRIBUNALI RIMUOVERANNO IL CAVALIERE

SOLO UNA STRAORDINARIA INIZIATIVA POPOLARE PUO' SGOMBRARE IL CAMPO DA BERLUSCONI. AVANTI CON LA CAMPAGNA “FARE COME IN TUNISIA E IN EGITTO”!


Come volevasi dimostrare. 
Ogni giorno che passa conferma una volta di più sia l'ipocrisia delle cosiddette “opposizioni” parlamentari , sia l'illusione di una liquidazione giudiziaria del Cavaliere. 

Il Partito Democratico ha letteralmente salvato il governo dalle sue contraddizioni votando prima la missione di guerra in Libia (di cui anzi è primo condottiero), e poi il Federalismo regionale di Bossi e Calderoli, col pubblico ringraziamento della Lega. 

Parallelamente il Sultano bonaparte trasforma le aule di tribunale in tribune comizianti: sino a mobilitare la propria base contro le “opposizioni”. Siamo al punto che il governo recita la parte dell'”opposizione”, e l'”opposizione” la parte del governo: col risultato che il governo ( vero) sopravvive o addirittura si rafforza, e l'”opposizione” ( finta) si condanna all'impotenza ( pur di compiacere Bankitalia e attendere la sua investitura). 

I lavoratori , i giovani, le donne, che hanno animato in questi mesi le piazze dell'opposizione sociale, non hanno nulla a che spartire con questo gioco suicida sulla loro pelle. La verità è che possono contare solo sulle proprie forze. Prenderne coscienza e liberarsi da ogni illusione: questa è la loro necessità. Perchè solo una grande spallata popolare può fare piazza pulita del governo Berlusconi, accantonare “opposizioni” farsa, aprire la via di un'alternativa vera, che sgombri il campo da sfruttamento, malaffare, xenofobia.. 

Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale “fare come in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dell'abbraccio paralizzante del PD e di unire la proprie forze in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra. Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto. 

Il successo della nostra campagna, la quantità di adesioni in continua crescita che sta registrando, dimostra che un'avanguardia larga di lavoratori e di giovani è disposta a porre fine allo spirito di rassegnazione e cerca la via della ribellione sociale e politica.Il Partito Comunista dei Lavoratori non ha altro scopo che il loro. Ed è determinato ad andare sino in fondo.

lunedì 21 marzo 2011

PRESIDIO CONTRO LA GUERRA

L’intervento umanitario è guerra imperialista

Da tempo si poteva intuire, e negli ultimi giorni è diventato chiaro: nel tardo pomeriggio di sabato 19 marzo, con il primo attacco aereo, la guerra contro la Libia è iniziata ufficialmente.
Quello che ci si presenta davanti è uno scenario che conosciamo bene. A chi negli anni si è opposto alle guerre che hanno insanguinato il pianeta, è chiaro che quella delle guerre umanitarie è solo retorica. La strategia degli attacchi mirati e delle bombe intelligenti in nome della salvaguardia dei diritti umani, altro non è che un modo per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la difesa di interessi economici e geopolitici.

Gli stessi interessi che hanno fatto cadere un silenzio assordante sulle vicende di Egitto e Tunisia quando è entrata in scena la Libia. Nei due paesi del Maghreb lavoratori, studenti e disoccupati hanno rivendicato un proprio protagonismo riuscendo a far cadere regimi filo-occidentali in piedi da decenni e scatenando una sorta di “effetto domin o” negli altri paesi arabi. Benché al vertice ci sia stato un semplice cambiamento di facciata, la composizione delle proteste era molto diversa da quella libica.

Se le prime manifestazioni contro Gheddafi avevano un approccio condizionato dall’influenza degli esempi di Tunisia e Egitto, nonostante la differente situazione economica e sociale del Paese, gli sviluppi successivi hanno rapidamente cambiato lo scenario. Come dimostrato dalla compromissione del Consiglio Nazionale Transitorio Libico con le scelte francesi e da alcune prese di posizione dello stesso in merito alla “No fly-zone”, ad oggi sembra configurarsi più uno scontro tra due fazioni etniche e territoriali che una rivolta popolare. 
Schierarsi contro la guerra in Libia non vuol dire appoggiare Gheddafi, ma allo stesso tempo sarebbe superficiale fare proprie le posizioni di chi oggi sta fornendo una sponda all’ingerenza dell’imperialismo americano e europeo nel Maghreb.

Dal canto suo il governo italiano, dopo qualche tentennamento iniziale, ha dichiarato di voler condurre questa guerra da protagonista. Ha messo numerose basi a disposizione della “coalizione dei volenterosi” armando i propri stormi, facendo salpare le proprie navi e offrendo Napoli come luogo di direzione per le operazioni militari NATO. Il capitale i taliano, intimorito dalle possibili conseguenze della crisi libica a causa dei forti interessi e legami, ha spinto sul governo per imporre una presa di posizione decisa. Il dinamismo di Francia, Inghilterra e USA ha obbligato il governo italiano a partecipare per non venire esclusa da una futura spartizione della torta.

La questione libica è riuscita anche ad offrici una ottima dimostrazione di “unità italiana”: in continuità con l’impegno nella guerra in Jugoslavia il Partito Democratico ha scelto di sostenere con convinzione le scelte belliche del governo Berlusconi. Ancora una volta ci ritroviamo a fare i conti con la realtà: in Italia non esiste una forza politica capace di rappresentare un’alternativa allo sfruttamento e alla guerra, se non quella, tutta da costruire, di chi si vuole opporre in modo determinato allo stato attuale delle cose.


Presidio contro la guerra in Libia
Martedì 22 marzo alle ore 18.00
sotto la prefettura in Via Cavour

Centro Popolare Autogestito Firenze Sud 
Collettivo Politico Scienze Politiche 
Rete Collettivi Studenteschi Fiorentini
Unione degli Studenti 
Fondo Comunista
Partito Comunista dei Lavoratori Firenze
Partito Comunista dei Lavoratori Empoli

sabato 19 marzo 2011

LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA

IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA.
LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA.
NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA.


Il Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia anti-berlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.

venerdì 18 marzo 2011

NO ALL'ATTACCO MILITARE IMPERIALISTA, GIU' LE MANI DALLA RIVOLUZIONE ARABA!

L'aggressione imperialista alla Libia non ha alcuno scopo “umanitario”. E' difficile immaginare scopi “umanitari” in chi ha armato per decenni regimi arabi torturatori, ed oggi appoggia la criminale dittatura saudita e la sanguinosa repressione in Bahrein. La verità è che dietro il velo ipocrita della propaganda, USA e UE cercano di riprendere il controllo politico del Maghreb e di bloccare l'espansione della rivoluzione araba in funzione dei propri interessi economici e strategici nella regione. Non a caso le potenze occidentali hanno rifiutato ogni rifornimento di armi agli insorti libici, che non controllano e di cui non si fidano . L'imperialismo interviene in proprio solo per affermare il proprio comando sulla situazione libica e nordafricana. I limiti delle rivoluzioni arabe del Maghreb, espressisi anche nel mancato sostegno militare alla rivoluzione libica, hanno di fatto favorito l'inserimento imperialista e la sua ipocrisia “umanitaria” a danno della rivoluzione libica e della sua autonomia. 

Da comunisti siamo stati e siamo incondizionatamente dalla parte della rivoluzione libica contro il regime sanguinario di Gheddafi, così come siamo stati al fianco della rivoluzione tunisina ed egiziana contro i regimi filo occidentali di Ben Alì e Mubarak. Proprio per questo non possiamo che avversare un intervento imperialista mirato contro la rivoluzione araba. Sia il popolo libico a regolare i conti con Gheddafi, non i bombardieri occidentali. 

Il rifiuto dell'aggressione imperialista non ci porta ad alcun appoggio politico ad un regime odioso, per anni garante degli interessi occidentali contro il proprio popolo. E' necessario sostenere la continuità e l'estensione della rivoluzione libica, sviluppando la sua piena autonomia politica dall'imperialismo e dai suoi scopi. E' necessario che tutti i popoli arabi in rivolta, a partire dalla Tunisia e dall'Egitto, combinino il proprio sostegno agli insorti libici con la mobilitazione più ampia contro l'intervento imperialista: giù le mani dalla rivoluzione araba! E' necessario che il movimento operaio internazionale si mobiliti a difesa della rivoluziona araba contro le mire imperialiste delle proprie borghesie: favorendo nella rivoluzione araba l'emergere delle tendenze più coerentemente antimperialiste e anticapitaliste. 

In questo quadro il PCL si appella a tutte le sinistre italiane per un'immediata mobilitazione contro ogni coinvolgimento italiano nell'intervento militare in Libia, e contro l'intossicante propaganda tricolore bipartisan che l'accompagna. 

Non un soldo per la guerra libica! Al fianco della rivoluzione araba, della sua propagazione, della sua autonomia da ogni ingerenza imperialista! Per la federazione socialista araba!

mercoledì 16 marzo 2011

IL NOSTRO RISORGIMENTO

L'unità d'Italia del 1861 fu la subordinazione del Risorgimento italiano agli interessi di Casa Savoia e del blocco industriale ed agrario: in funzione dello sviluppo del capitalismo nazionale entro un mercato unificato, e della sua colonizzazione manu militari del mezzogiorno. E' dunque naturale che le stesse classi dominanti che oggi accentuano il proprio sfruttamento sulla classe operaia e le masse del Sud, celebrino la propria vittoria di 150 anni fa, avvolgendola nel tricolore e negli inni patrii. Come è naturale da parte loro il coinvolgimento solenne nell'evento della Chiesa papalina: che prima sparò per trentanni sui patrioti del Risorgimento, poi scomunico' il Regno d'Italia, ma infine si riconciliò con le sue classi dirigenti nel nome dei comuni interessi finanziari, agrari, immobiliari. 

Per la stessa ragione i comunisti, e persino i coerenti democratici, non hanno nulla da celebrare il 17 Marzo. Il Risorgimento che noi rivendichiamo è quello che perse: quello dell'insurrezione popolare delle 5 giornate di Milano del 1848 poi disarmata dall'esercito sabaudo; quello della Rivoluzione repubblicana a Roma del 1849, poi affogata nel sangue dalle truppe francesi chiamate da Papa Pio IX ; ma soprattutto quello che cercò, di connettere la battaglia risorgimentale ad una prospettiva di liberazione sociale degli sfruttati e degli oppressi, contro la borghesia liberale e lo stesso campo democratico mazziniano. 

Due nomi risaltano tra i tanti militanti e dirigenti del risorgimento popolare che volevano quello sbocco alla liberazione d’ Italia: Filippo Buonarroti e Carlo Pisacane. 

Il primo, compagno in Francia di Gracco Babeuf nell’organizzare il primo tentativo di rivoluzione comunista della storia (“La congiura degli Uguali” del 1796),fu il principale organizzatore ed dirigente fino alla sua morte nel 1837 delle società segrete “giacobine rivoluzionarie” in tutta Europa. In Italia ciò si espresse in quella che fu, fino allo sviluppo della democratico piccolo borghese Giovane Italia Di Mazzini, la più importante società segreta “carbonara”: i “Sublimi Maestri Perfetti”, il cui terzo e massimo grado implicava il giuramento dell’impegno alla realizzazione dell’uguaglianza sociale con l’abolizione della proprietà privata. 

Il secondo, Carlo Pisacane, l’eroe dello sfortunato tentativo di Sapri del 1857, che lottò per la costruzione di un partito “socialista rivoluzionario” in Italia, dichiarando di non preferire i Savoia agli Asburgo e polemizzando contro il repubblicanesimo democratico di Mazzini e la sua parola d’ordine “Dio e popolo”, in nome della lotta tra le classi e della rivoluzione sociale. 

I tempi storici erano allora immaturi per la vittoria di quei generosi tentativi. Ma essi prefigurarono nelle pieghe del Risorgimento il futuro del movimento operaio rivoluzionario italiano: quello di Antonio Gramsci e del Partito Comunista D'Italia del 1921. 

Per questo, solo un governo dei lavoratori che liberi l'Italia dalle attuali classi dominanti potrà recuperare il filo storico del comunismo risorgimentale e dei suoi eroici pionieri. Portando al potere il risorgimento sconfitto. Realizzando sino in fondo le sue migliori aspirazioni sociali , democratiche, anticlericali. Riscattando nel concreto la memoria di chi già allora diede la propria vita non per una dittatura degli industriali e degli agrari, ma per una rivoluzione sociale, per una “Dittatura rivoluzionaria per instaurare la perfetta Uguaglianza” (Buonarroti); per una “terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni” (Pisacane) . 


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI 

Comitato Esecutivo